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Rileggo abbastanza spesso i Vangeli, perché il personaggio Gesù mi affascina profondamente, e il suo messaggio, malgrado tutti gli emendamenti ai quali è stato sottoposto da seguaci a mio avviso più monarchici dello stesso re, mi attira moltissimo, ma anche perché li considero una galleria di ritratti e di situazioni senza paragone. Certi episodi hanno un potenziale visivo così violento che, incapace come sono di maneggiare pennelli e colori, crepo di invidia nei confronti dei primitivi toscani o degli artisti fiamminghi che hanno potuto darne una propria versione illustrata. Nel vangelo di Marco, per esempio, durante la cattura al Gethsemani, c’è un misterioso giovinetto che scappa via in costume adamitico, e che probabilmente, secondo gli esegeti, è lo stesso evangelista, il quale, pur senza autonominarsi per cristiana umiltà, non ha potuto resistere all’impulso di sussurrare: “Ehi, guardate che c’ero anch’io!”. Immaginiamoci le tenebre notturne dell’uliveto, i riflessi delle fiaccole sugli elmi e sui visi stravolti, il bianco del nudo adolescenziale che se la dà a gambe e l’altro bianco del lenzuolo che i servi del Sommo Sacerdote gli hanno appena strappato di dosso ed è finito in mille pieghe chiaroscurate al suolo… Insomma, di grazia, tutto questo cos’è, se non un Caravaggio praticamente già bell’e pronto?
Nei Vangeli non ci sono comparse, persino quelli che nella vicenda s’affacciano giusto per un attimo, magari senza nemmeno una battuta da pronunciare, per quell’unico istante si ergono da attori protagonisti, e diventano vivi e indimenticabili. Da quando poi, radunando i miei rimasugli di liceo classico, ho avuto modo di leggere questi testi direttamente in latino e in greco, per me il loro incanto si è ulteriormente accresciuto. Tanto per citare un caso, le ultime parole di Gesù sulla croce tradotte in italiano sono tre: “Tutto è compiuto”; in latino si condensano, diventano due, e in esse l’avvicinamento fra le “u” unito al plumbeo della forma neutra evoca, perlomeno alle mie orecchie. una sorta di cupo lugubre rintocco: “Consummatum est”; in greco infine non c’è che una sola parola, “Tetélestai”, la quale, sarà forse una mia personalissima sensazione, ma a me pare abbia veramente il suono breve, spezzato, balbettante di un estremo ansito d’agonia.
A prescindere dal fondamentale e innegabile valore dei Vangeli sul piano spirituale e religioso, se affermo che talvolta bisognerebbe leggerli “come un romanzo”, non intendo affatto mancar loro di rispetto, ma sottolineare che, divinamente ispirati come per un verso o per un altro indubbiamente sono, un aspirante scrittore potrebbe impararne almeno tanto quanto dallo studio appassionato, che so, di Flaubert, o di Henry James. Il taglio delle scene, la scelta dei particolari, la precisione del vocabolario, le varie sfumature sempre dosate col misurino, l’estrema densità quasi magicamente decantata in un’altrettanto estrema semplicità: tutto qui è assolutamente perfetto, privo di equivoci e di sbavature. Tanta finezza di scrittura, naturalmente, esige però una pari finezza dal lettore: guai a non dare ad ogni parola il suo giusto peso, ad essere sbadati e superficiali; si rischia di perdere il meglio!
Ecco l’adultera trascinata nel Tempio: “avendola posta nel mezzo”, specifica Giovanni; i suoi persecutori cioè la accerchiano completamente, da tutti i lati, come una muraglia minacciosa e berciante intorno ad una bestia braccata. Secondo Mosé, sibilano i professionisti del linciaggio, vanno lapidate, “donne così”, e nei due idiomi antichi questa definizione schizza come uno sputo in piena faccia, ancor più sbrigativa e sprezzante che nel nostro. “Allora Gesù chinatosi scriveva col dito per terra”… sì, ma cosa scriveva? Elencava le colpe segrete degli astanti, suppongono alcuni, e l’ipotesi è seducente, ma senza dubbio ancora più intrigante è il silenzio serbato dall’evangelista: in qualunque tipo di narrazione, nessuno lo ignora, la reticenza suggerisce assai di più della prolissità. E per concludere, una magistrale pennellata umoristica: costretti dalle some delle loro coscienze a non poter scagliare la prima pietra, gli energumeni se ne vanno scornati, alla spicciolata, uno per uno “a cominciare dai più vecchi”, da quelli cioè che se non altro per motivi anagrafici hanno avuto più tempo a disposizione per accumulare peccato su peccato.
Questo dell’adultera è per molti motivi uno dei miei brani preferiti, e quindi non poco stupito sono rimasto quando ho scoperto che ha rischiato di non venirci trasmesso. Infatti esso non appare nei codici più antichi (in alcuni dei quali c’è persino uno spazio bianco nel luogo dove dovrebbe trovarsi) e anche i primi autorevoli scrittori cristiani, i cosiddetti Padri della Chiesa, ne tacciono unanimi per secoli e secoli. Attualmente la causa di questa strana omissione viene individuata nel fatto che il brano, pur essendo indubitabilmente canonico, non sembra tuttavia appartenere ab origine al vangelo di Giovanni ma essere un’aggiunta successiva; un santo come Agostino però la pensava diversamente, e in una sua opera accusa a chiare lettere uomini di poca fede di aver soppresso l’episodio perché temevano che, se frainteso, avrebbe autorizzato le mogli e le figlie a comportarsi troppo liberamente. Facendomi forte del suo esempio, devo dire che anch’io nel mio piccolo mi sono imbattuto in qualcosa che mi ha lasciato perplesso.
Sia Matteo (8,5-13) che Luca (7, 2-10) narrano la guarigione miracolosa del servo di un centurione a Cafarnao. Luca si diffonde maggiormente: Ora il servo (servus nel testo latino, doûlos in quello greco) di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione lo aveva molto caro e avendo udito di Gesù gli mandò alcuni anziani dei Giudei a chiedergli di venire a salvare il suo servo (di nuovo, rispettivamente, servus e doûlos). Ed essi giunti da Gesù lo pregavano con insistenza dicendo: “Egli merita che tu gli conceda questo, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a farci costruire la sinagoga.” E Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò degli amici a dirgli: “Signore, non disturbarti più, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, per questo non mi sono nemmeno ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo (stavolta, in latino puer, in greco paîs) sarà guarito. Anch’io infatti sono un uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati, e dico all’uno “Va’” ed egli va, all’altro “Vieni” ed egli viene, e al mio servo (servus, doûlos) “Fa’ questo” ed egli lo fa.” . All’udire ciò Gesù restò ammirato di lui e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande.” E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo (servus, doûlos) guarito.
Il testo di Matteo differisce di poco. Qui è il centurione a scongiurare subito di persona Gesù: “Il mio servo (puer, paîs ) giace a casa paralizzato e soffre terribilmente… Di’ solo una parola e il mio servo (puer paîs) sarà guarito… Se dico al mio servo (servus, doûlos) Fa’ questo, egli lo fa… “ E alla fine, dopo un ennesimo e ancor più vibrante confronto fra Israele e i pagani a favore di questi ultimi, il servo (puer, paîs) riacquista la salute.
Ho espressamente sottolineato fra parentesi come in entrambi i testi vengano accomunate in italiano (almeno a giudicare da tutte e sette le edizioni della Bibbia in mio possesso) sempre e solo come “servo” quelle che in greco e in latino sono invece due forme ben distinte, la cui diversità viene ulteriormente ribadita dalla posizione che occupano nel racconto. Mi spiego meglio: quando Luca narra in discorso indiretto, cioè in principio e in finale di episodio, il servo è sempre servus-doûlos: se però è il centurione a parlarne in discorso diretto, sia in Luca che in Matteo, ecco che salta fuori per incanto il puer-paîs. Questi secondi vocaboli, in effetti, possono avere anch’essi il significato di “servo”, ma, a quel che mi risulta, in tal caso non di un servo qualunque si tratta, quello per intenderci al quale si addice perfettamente il più aspecifico, generico, tranquillo servus-doûlos, bensì di un servo molto giovane, corrispondente, per fare un paragone con le lingue moderne, al boy anglosassone o al garçon transalpino. Tutti e quattro i termini, boy, garçon, puer e paîs, indicano in generale un ragazzo e in seconda istanza possono essere adoperati per una persona di servizio, ma essa pure comunque ancora in verde età: un cameriere che cammina già un po’ curvo per l’artrosi oppure unmaître dai capelli bianchi potrebbe apostrofarli garçon solo un avventore dei più rozzi, di sicuro non un evangelista, per di più elegante e colto come il medico Luca. E d’altra parte, chi ama le letterature classiche ricorderà in proposito il paîs dell’antica poesia greca o il puer di Orazio: non mi è mai capitato di trovarli né l’uno né l’altro tradotti brutalmente come “servo”, ma, appunto, come “ragazzo”, o al limite come “coppiere”. L’elenco dei personaggi nelle commedie di Plauto è molto chiaro in proposito: il servus è rigorosamente uno schiavo adulto, mentre altrettanto rigorosamente il puer è uno schiavetto dal nome grazioso, quasi sempre un diminutivo o un vezzeggiativo, come Pinacium (Quadretto) nello Stichus, o Paegnium (Balocco, Trastullo) nel Persa. Ma senza mescolare il sacro a tanto profano, e rimanendo semplicemente nell’ambito dei Vangeli, riscontreremo con facilità che in altri passi la differenziazione è ben evidente: per esempio nella parabola del servo malvagio, dove tutti i protagonisti sono adulti, ci sono i soliti doûlos e servus, mentre paîs e puer riappaiono nella citazione di Isaia 41, 1-4, dove il “giovane servo” rappresenta quello che altrove è chiamato il germoglio del tronco di Jesse, o nel libro del profeta Zaccaria è addirittura battezzato Virgulto, in un simbolico intreccio di freschezza fisica e di rinnovamento spirituale.
Appare pertanto palese che in una traduzione corretta, se nelle “didascalie” di Luca va bene usare il vocabolo servo, non si dovrà però sorvolare sul fatto che, quando parla il centurione, egli sillaba sempre, con affetto, con tenerezza: “puer meus”, “paîs mou” “il mio ragazzo”. Entrambi gli evangelisti su questo sono concordi, e il livellamento fra due termini diversi operato dai traduttori è del tutto arbitrario e tende a presentare l’intero episodio in una chiave del tutto falsata, favorito in ciò dal particolare presente in Matteo a proposito della paralisi. Infatti, prima di conoscere la versione in greco e in latino, io stesso ero assolutamente persuaso che il povero malato fosse un vecchio schiavo completamente rattrappito dagli anni e dagli acciacchi, che il suo stato, piuttosto che ai postumi di un incidente di gioco o di sport, andasse attribuito a un rovinoso anchilosamento senile, e che per la lunga consuetudine il suo padrone, il centurione, lo avesse caro ormai come uno di famiglia. Eppure ovunque nei Vangeli l’età viene precisata dagli autori e tradotta di conseguenza, in tutte le lingue l’ànthropos Matteo o Levi che dir si voglia rimane un uomo, la mulier sirofenicia (Marco, 7, 25-30) una donna, la puella figlia di Giairo (dodicenne, ma siamo nell’antico Oriente) una fanciulla, e tanto il neanìskos delGethsemani da me citato in apertura quanto quello che le pie donne scorgono sul sepolcro dopo la Resurrezione restano giovinetti; solo lo sfortunato servitorello del centurione, per colpa di un minimo, quasi inavvertibile ritocco d’interpretazione, è invecchiato precocemente.
Oltre alle traduzioni, ho perlustrato anche i commenti a mia disposizione; pochi, non più di una decina per la verità, non essendo io uno studioso del ramo, così come non sono un classicista, ma appena un dilettante molto curioso. In un’unica occasione ho trovato una frase attinente, in un noto storico del Cristianesimo al quale il conflitto fra la sua forte onestà filologica e la sua altrettanto rigida osservanza dottrinale ha fatto scrivere che il centurione aveva uno schiavo cui era talmente affezionato da trattarlo più da figlio che da schiavo. Nel testo evangelico tuttavia non c’è l’ombra di un appiglio che giustifichi tale tesi del figlio adottivo, anche se la risolutezza dell’ermeneuta, non sembra ammettere contraddittorio. Altri aggiungono che le catene e le torture sono tutte esagerazioni di Hollywood, e che molti antichi Romani trattavano amorevolmente i loro schiavi, e chi non ci crede si informi meglio, vada a leggersi Seneca e le sue lettere a Lucilio… e dimenticano che Seneca era una nobile eccezione, e che scriveva quel che scriveva giusto perché la massa dei suoi contemporanei si comportava in tutt’altro modo, e che fra questi contemporanei c’era un certo Petronio che sicuramente sui rapporti intercorrenti fra schiavi e padroni ai propri tempi ne sapeva più di noi e di qualunque dotto storico benpensante. Nel Satiricon ci sono molti servi che vengono denominati per l’appunto ora servus ora puer, e tutti questi servi-pueri vengono sì coccolati dai loro padroni, ma sempre in maniera piuttosto pesante, non certo paterna (pratica questa, a quell’epoca, già in abominio presso gli ebrei, ma per i greco-romani completamente lecita e naturale). D’altronde, figuriamoci, persino in ambiente cristiano fra schiavi e padroni non dovevano intercorrere rapporti tanto idilliaci, se Paolo di Tarso stesso si è sentito obbligato a scrivere una delle sue lettere a Filemone per raccomandargli di non comportarsi troppo severamente con lo schiavo fuggiasco Onesimo.
Insomma, sorge il sospetto che qui sia avvenuto qualcosa di simile al caso dell’adultera, ricorrendo stavolta, invece che alla censura dello spazio bianco, allo smussamento della distinzione terminologica fatta dagli evangelisti col loro consueto amor di verità. Sulle ragioni linguistiche e storiche hanno prevalso cioè quelle non tanto morali quanto moralistiche, e si è voluto tacitamente negare a priori la possibilità che Gesù abbia beneficato con un miracolo (il primo per di più in ordine cronologico dopo il sublime Discorso delle Beatitudini) due persone legate probabilmente da un legame non tradizionale, dimenticando così che né il buon ladrone né la Maddalena né la Samaritana coi suoi cinque e più mariti erano esattamente dei modelli di comportamento prima del loro fatale incontro col Cristo, e che quando questi dice: “Neanche in Israele ho trovato una fede così grande”, si schiera decisamente dalla parte del centurione, di qualunque genere siano stati i suoi segreti, e non dalla parte di coloro che si credono perfetti solo perché, forse a torto, si credono cristiani.
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