:: DIARI DI VIAGGIO  
  QUANDO L'ARTE SPOSA LA NECESSITA' DI SOPRAVVIVERE
Luigi la Gloria
     

 

 

Lo scorso Agosto, di ritorno da una breve visita alla chiesetta del X secolo di S. Filadelfo affrescata con magnifici dipinti dalla classica connotazione bizantina, appartenente al complesso purtroppo in rovina della badia di S.ta Maria di Pattano, antico borgo nel parco del Cilento, mi trovavo a percorrere la via principale del paesino super affollato per una sagra paesana.
Discosto dalle altre bancarelle di giocattoli e manufatti nord africani, notai un curioso banchetto. Era un piccolo tavolo rotondo, in verità un po’ insolito per una fiera di paese, dove era esposta, in accuratissimo ordine, una rassegna di oggetti che a prima vista non riuscii ben a identificare. A lato della sobria esposizione era ferma una ragazza elegantemente vestita. Il suo sguardo attento, forse un po’ severo per la sua età, osservava la folla di passanti ma, non appena qualcuno di questi, soprattutto se donna, si avvicinava, era pronta a sfoderare un inaspettato smagliante sorriso.
Lanciai uno sguardo da sopra il piccolo capannello che si era formato. Lo scorrere delicato delle dita sugli oggetti e il successivo accostamento di alcuni di essi ad un orecchio o ad un polso mi fece capire che doveva trattarsi di monili. C’era tuttavia qualcosa di particolarmente originale in quei manufatti, forme e materiali avevano un aspetto davvero insolito così, vinto dalla curiosità, attesi un momento di quiete per chiedere alla ragazza la provenienza di quegli oggetti. “E’ bigiotteria di mia produzione, realizzata con materiali riciclati” mi rispose candidamente, forse un po’ sorpresa per la mia ingenuità. Inforcati gli spessi occhiali da presbite, mi concentrai sui misteriosi bijou.
Stupito dall’originalità e dalla qualità dei manufatti le dissi di essere un giornalista interessato a raccontare ai lettori di Riflessi il suo percorso creativo.

Sara Cammarosano, questo è il suo nome, è una di quelle giovani donne del sud che, malgrado risieda in un paesino di poche anime, lontano molti chilometri dai centri industriali e urbani capaci di offrire alternative alla disoccupazione, contrappone a questa profonda crisi del lavoro il proprio talento creativo e un’ammirevole intraprendenza. Sara, con in tasca solo il diploma base in “Design del Gioiello e tecniche orafe” conseguito a Roma, priva della possibilità di investire denaro in materiali pregiati, decide di realizzare le sue originali ed eleganti bigiotterie con elementi di scarto.
Bulloni, cavi, retine, cerniere, stoffe, conchiglie, fiori, resine, carta, cristalli di lampadari e posate sono alcuni dei prodotti che da anni accumula e con cui realizza i suoi gioielli e i suoi accessori. Mi dice, con un sorriso di soddisfazione, che il “riciclo’’ è il suo cavallo di battaglia. Ciò che generalmente è considerato vecchio o roba di cui disfarsi, agli occhi della sua fervida immaginazione ha già una forma che le sue abili mani poi daranno.
“Oggetti la cui storia appare conclusa io li faccio rivivere in altre forme e per altri fini. Col tempo è maturata in me l’idea che qualsiasi cosa può diventare un gioiello o un motivo di ornamento”.
Quando la mia ingombrante presenza si attenua nella penombra della sera, Sara vince la timidezza e mi racconta un po’ della sua storia.
“Tutto ha avuto inizio quando, all’età di tre o quattro anni, i miei genitori, mi regalarono un kit di perline con cui ho cominciato a creare i primi gioielli; certo, allora era per soltanto un gioco, così come lo sarà stato per tante altre bambine.
Con pasta, lana, DAS e plastilina creavo e indossavo collane, bracciali, anelli. A volte trascorrevo il tempo specchiandomi con indosso i gioielli di mia madre. Poi, con il passare del tempo il rapporto spensierato con i gioielli si è trasformato in una sorta di esigenza, volevo realizzare da me i miei accessori. E fu così che iniziai a personalizzare tutto ciò che avevo e che compravo in quanto nulla di ciò, così com’era, sentivo mi rappresentasse.
A undici anni creai il mio primo paio di orecchini poi, gradualmente, anelli, collane, bracciali e così facendo maturai l’idea di decorare ogni cosa con perline.
Questo percorso di crescita trova il suo trait d’union nella sperimentazione esecutiva oltre che in una ricerca squisitamente estetica: ora, come da piccina, continuo ad orientarmi verso materiali di scarto, nati e concepiti per scopi diversi, ma che io piego a ragioni estetiche. Uso principalmente ciò che trovo e gran parte delle mie creazioni sono rimanenze inutilizzate di un ferramenta o di una merceria. Naturalmente, questo orientarmi verso materiali non convenzionali, ha avuto ed ha come corollario il dover cercare percorsi realizzativi naturalmente non convenzionali.
 L’avere a che fare con bottoni, chiavi, corde, legno e stoffe ha reso indispensabile la sperimentazione di tecniche non codificate dalla consuetudine, che si apprendono unicamente attraverso l’esperienza personale e che quasi sempre non sono raffrontabili con le tradizionali tecniche dell’arte orafa come la fusione a cera perduta, martellatura, saldatura, patinatura, traforo, limatura ecc. con le quali tuttavia c’è concomitanza. Ogni creazione, pur mantenendo la sua unicità, ne genera di nuove in una sorta di continuum causa ed effetto che sta alla base della mia produzione artistica”.

E’ davvero meritevole di un’attenta riflessione il punto di vista della giovane Sara cioè quello di un’unicità che può diventare matrice di una progenie con la quale conserva soltanto un legame concettuale.  Sara Cammarosano ha da poco attivato una pagina su Facebook per promuovere e far conoscere i suoi lavori: ”Sara Jewellery Designer’’

 

Uscita nr. 49 del 20/09/2013