:: EDITORIALE    
 

L’ITALIA E LE CROCIATE
Luigi la Gloria

     
 

Le crociate senza alcun dubbio rappresentano il fatto più saliente della storia europea del medioevo. Tranne gli slavi del nord-est e i loro vicini, non vi fu un solo popolo in Europa che non ne risentisse in qualche modo l’effetto.
Ma per gli italiani fu particolarmente imponente a causa delle diverse condizioni politiche, culturali ed economiche esistenti a quel tempo nella penisola. Per la sua posizione geografica, l’Italia era destinata a esserne profondamente coinvolta.
Le crociate fondavano lo loro idealità sul concetto di Guerra Santa, una guerra contro gli infedeli, per cui ai cristiani che vi partecipavano erano promesse ricompense spirituali.
L’idea fu inizialmente sviluppata a Roma da due papi, entrambi italiani: Alessandro II (1010/1015 – 1073) e Gregorio VII (1020/1025 – 1085) per opporsi al dilagare dei mussulmani in Spagna. Tuttavia il merito di quest’idea va più propriamente attribuito ai francesi, in particolare ai monaci di Cluny e alle abbazie affiliate il cui influsso su Roma era enorme. Fu un Papa francese infatti, Urbano II (1040 – 1099), che lanciò la grande guerra santa contro i mussulmani d’Oriente. I Papi italiani del XIII secolo, Innocenzo III (1160 – 1216), Gregorio IX (1170 –1241) e Innocenzo IV (1195 – 1254), che sfruttarono quell’idea, lo fecero però ispirandosi a fini politicamente più realistici avvalendosene contro gli eretici catari, i greci scismatici ed infine contro i propri nemici personali in Italia ed in Germania, trascurando il valore spirituale che in seguito i Papi francesi Clemente IV (1190/1200 – 1268) e Martino IV (1210 circa – 1285) vi ascrissero.
Il papato medioevale, comunque, era senza dubbio più un’istituzione internazionale che italiana, soprattutto per quanto riguardava le idee ed il modo di reagire agli avvenimenti. Sarebbe infatti eccessivo considerare italiana la forza politica, situata in Italia, che contribuì grandemente al successo delle prime crociate: il regno normanno di Sicilia e dell’Italia meridionale era governato da uomini che si consideravano più normanni che italiani e parlavano tra loro il francomanno. Ma la situazione del loro regno, situato proprio al centro dell’area mediterranea, era assai adatta a farli assumere un ruolo di primo piano in un movimento che offriva molte possibilità alle loro irrequiete aspirazioni imperialistiche.
Al contrario, i normanni francesi erano più interessati alla conquista e sottomissione dell’Inghilterra e coloro che si recarono alla crociata, sotto il duca Roberto di Normandia (1051/1054 – 1134), erano privi d’iniziativa e di efficienza. I normanni dell’Italia meridionale, a differenza dei cugini francesi, furono, durante la prima crociata, le truppe più intraprendenti sotto la guida del loro capo militare, il brillante, Beomondo di Taranto (1058 – 1111).
I normanni del sud avevano già cercato di espandersi in Oriente ma erano stati contrastati da Bisanzio, alleato di Venezia. Dunque, la crociata offrì loro una seconda opportunità della quale usufruirono in pieno.
I re normanni di Sicilia e i loro successori delle case Hohenstaufen e d’Angiò non abbandonarono mai i loro interessi per la Siria e la Palestina. Guglielmo II (1153 - 1189) ebbe una parte assai importante nel salvare i resti del regno di Gerusalemme da Saladino (1138 – 1193), allo stesso modo Federico II di Hohenstaufen (1194 – 1250) e Carlo d’Angiò (1226 – 1285) intervennero direttamente ed attivamente nelle vicende di quel regno.
Benchè il ruolo dei normanni nelle crociate fosse caratterizzato principalmente da una smisurata ambizione e dal cinismo, non si può negare il loro movente religioso. Sebbene ogni crociato normanno sperasse di ottenere un qualche vantaggio personale, in buona fede credeva di compiere un’opera voluta da Dio.
La medesima combinazione di ambizione e spirito religioso si può ritrovare nei Monferrato, eminente famiglia italiana, che ebbe grande importanza nella politica crociata del XII e inizi del XIII secolo. Vanno citati anche molti italiani, specialmente del nord, il cui impulso religioso fu più spontaneo, come i crociati lombardi oppure gli indisciplinati toscani i cui eccessi affrettarono la conquista finale di Acri da parte dei mussulmani nel 1291. Assai debole era, invece, il movente religioso in quegli italiani che con l’andar del tempo si trovarono notevolmente coinvolti nelle crociate come le repubbliche marinare e mercantili, soprattutto genovesi e veneziani. Questi ultimi né desideravano nè videro di buon occhio le crociate e fecero passare molti anni prima di fare un qualche tentativo per unirsi al movimento crociato. E non poteva essere altrimenti: essi avevano antiche e consolidate relazioni commerciali con i Mussulmani d’Oriente che le crociate avrebbero seriamente compromesso. Venezia e Genova avevano appoggiato Bisanzio durante la guerra contro i normanni al fine di ottenere un trattamento preferenziale nei porti bizantini e di conseguenza diffidavano di un movimento in cui i normanni ricoprivano un ruolo di primo piano. E, soltanto quando si resero consapevoli che se non vi avessero partecipato avrebbero perso l’opportunità di ottenere punti di approdo nei porti della Siria conquistati dai cavalieri cristiani, mandarono una spedizione per collaborare alla conquista di quei porti. Tuttavia furono sempre molto attenti ad evitare lunghe interruzioni nelle relazioni con i mussulmani. Questa politica riuscì in larga misura ad ottenere successo, favorita dal fatto che il commercio era indispensabile anche per i principi mussulmani. Questo avvenne soprattutto in Egitto. Documenti dimostrano che nel corso del XII e XIII secolo si  effettuarono più scambi tra Alessandria e Venezia che tra Venezia e tutti i porti cristiani della Siria messi in insieme.
Per i veneziani il commercio con Costantinopoli era invece così importante che riuscirono a trasformare la IV crociata, dal suo intento iniziale di spedizione in Palestina, in un attacco a Costantinopoli. Questa, in verità, fu una mossa davvero poco lungimirante; la distruzione di Bisanzio del 1204 provocò, come risultato finale, il trionfo dei turchi ottomani e il crollo definitivo del commercio veneziano nel Levante. Tuttavia, sul momento, Venezia ne trasse grandi vantaggi.
Genova e Pisa furono meno riluttanti a partecipare alle crociate sebbene, anche’esse, abbiano aspettato che il movimento crociato ottenesse qualche successo prima di unirvisi. Entrambe queste città si erano affermate con il commercio nel Mediterraneo occidentale e ben presto si resero conto che, appoggiando i crociati, avrebbero potuto affermarsi anche nel Mediterraneo orientale. Pisa non fu in grado di mantenere a lungo lo sforzo bellico a causa delle sue difficoltà politiche in Italia. Ma Genova raggiunse una posizione di predominio tra gli stati crociati in Siria e l’incapacità dei veneziani di contrastare il prestigio genovese in quel settore spiega la determinazione di Venezia a dominare Costantinopoli.

Le crociate furono della massima importanza sia per la storia di Venezia che di Genova ma queste città avrebbero certamente goduto di una maggiore prosperità se non avessero mai partecipato alle crociate. Il commercio delle due repubbliche con i mussulmani sarebbe proseguito con minori ostacoli e difficoltà e sarebbero state evitate nel Levante, nel secolo XIII, quelle guerre costose e deplorevoli tra di loro. E non ne avrebbe sofferto neppure la civiltà, giacché scienza e pensiero arabi giungevano comunque in Europa tramite la Sicilia e la Spagna e le raffinatezze che i mercanti italiani introdussero nella vita europea provenivano in massima parte da Alessandria e non dai porti siriani. Da quanto sopra esposto è assai difficile non deplorare le crociate. L’unico aspetto positivo fu forse lo spirito cavalleresco e romanzesco che le accompagnò. Esse non lasciarono alcun beneficio duraturo, accrebbero invece l’inimicizia tra due grandi religioni. Tuttavia l’insuccesso finale non ne diminuisce l’importanza storica, il loro studio rimane sempre di straordinario interesse per comprendere a pieno la variegata e complessa storia italiana del Medio Evo.

 

 

Uscita nr. 29 del 20/01/2012