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  UNA NOTTE D’ESTATE, A MOSTAR
Giovanni La Scala
     
 

E’ una calda notte di luglio. La gioventù di Mostar sembra essersi data appuntamento in via Kralja Petra Kresimira: una nuova generazione che cerca di superare la provincialità di questa città, di esorcizzare lo spettro di una guerra che non ha mai visto, ma con la quale deve confrontarsi tutti i giorni nelle storie familiari, una guerra le cui tracce sono ancora oggi ben visibili in tante case sventrate e abbandonate, in tanti muri crivellati dai colpi delle mitragliatrici, muta testimonianza di un passato ancora recente.
La voglia di vivere di questi ragazzi è nei loro capelli lucidi di gel, nei clichè espressi da spudorati tatuaggi e piercing, nelle minigonne mozzafiato che ragazze slave dai corpi slanciati e la pelle chiara ostentano con fierezza.
  « Questa generazione vuole lasciarsi il passato alle spalle e pensare al futuro »
mi dice Lucija sorridendo. E’ una donna ancora giovane e attraente: il viso ovale e i lineamenti delicati nascondono il carattere forte di chi da molti anni si impegna in ambito sociale per la Caritas. I lunghi capelli scuri, lisci, sono in armonia con gli occhi neri ed espressivi, intelligenti.
Siamo seduti in uno dei tanti bar della via, nella parte cattolica della città. La scarsa illuminazione pubblica, nascosta dal ricco fogliame degli alberi e le musiche bosniache emesse dagli altoparlanti dei numerosi locali creano un’atmosfera vagamente esotica, da discoteca all’aperto.
  « Venti anni! Ormai sono passati vent’anni dall’inizio delle ostilità: una generazione! Hanno ragione a desiderare un futuro e a godersi i loro anni questi giovani.
Io, alla loro età, avevo in una mano i libri di medicina, e nell’altra il mio fucile. »
A parlare è Ivan, medico dell’ospedale di Mostar. Un ospedale che ho avuto l’occasione di visitare e per il quale, al momento, trovo un solo aggettivo adeguato: esagerato. Una struttura moderna e supertecnologica che il governo croato ha voluto costruire in Bosnia-Erzegovina per testimoniare la sua presenza e il sostegno alla popolazione croato-bosniaca, ma, per la verità, a disposizione anche della popolazione musulmana.
Sono passati vent’anni dall’inizio della guerra in Bosnia: una guerra alla quale sono stati assegnati gli appellativi più diversi. Forse perché non si sapeva bene come definirla, come catalogarla, una guerra così. Dire conflitto in Bosnia-Erzegovina è troppo generico: mancano gli aggettivi necessari a dare una fisionomia al peggior massacro della fine dello scorso secolo. E poi ognuno vede gli eventi dalla sua prospettiva: guerra civile secondo alcuni, guerra patriottica per i Serbi, guerra di aggressione per i Bosgnacchi (musulmani della regione). Ma esiste una giusta prospettiva per giudicare i campi di concentramento, i massacri, le fosse comuni, gli stupri? Per giustificarli no di sicuro!
Una “guerra psichiatrica” è stata anche definita, e non solo per il protagonismo di alcuni psichiatri come Karadizc, ma perché con essa si perseguiva la separazione e la soppressione dei diversi in nome della pulizia etnica. Una guerra folle, talmente folle, come scrive Paolo Rumiz in “ Maschere per un massacro”, che nessuno ci credeva, nessuno credeva che sarebbe stata possibile, neanche quando Suada Dilbervic, vittima dei cecchini a Sarajevo, cadde vittima, per prima, sul ponte di Vrbanja. All’inizio la reazione fu di stupore; la gente di Sarajevo ebbe bisogno di tempo per accettare l’idea di essere il bersaglio di una guerra insensata, di un assedio, mentre invece gli aggressori da mesi preparavano armi e uomini,  scavavano trincee sulle alture, con la vista annebbiata dalle teorie folli degli psichiatri che come Hitler proponevano un mondo diviso in classi etniche.
In Bosnia-Erzegovina la guerra inizia ufficialmente nell’aprile 1992.
Fioriscono oggi incontri, convegni, si scrivono libri con un obiettivo: basta parlare del passato, pensiamo al futuro. Pensiamo all’Europa. Parliamo della realtà economica, sociale, politica, culturale.
Tuttavia, come scrive il giornalista Luca Leone nel suo volume “Bosnia Express”, la Bosnia costituisce oggi un rompicapo difficile da risolvere, che presenta al suo interno una realtà assai frammentaria e variegata, di cui si scrive e si parla poco.
« Mi rendo conto che la situazione socio-economica è molto complessa » mi permetto di osservare, partecipando a mia volta all’amichevole dibattito mentre il cameriere ci serve la Karlovacko, la nota e storica birra croata ». mi sembra comunque che dall’accordo di Dayton a oggi molto sia stato fatto per favorire il processo di ricostruzione e riconciliazione. Mentre la guerra si sta allontanando indietro nel tempo, i cittadini della Bosnia-Erzegovina si stanno avvicinando all’Europa.»
  « Questa non è una vera pace, una pace definitiva » mi risponde Ivan, fissandomi con i suoi occhi azzurri da dietro il boccale di Karlovacko « tra i danni della guerra c’è anche la perdita della concezione della tolleranza, che impedisce lo sviluppo unitario del paese, diviso, ora più che mai, sulla base delle differenze etniche e religiose. Purtroppo in tutto il mondo stanno aumentando le tensioni tra cristiani e musulmani, tra radicali e integralisti, tensioni che sempre più frequentemente sfociano in episodi di violenza, vedi l’Egitto, il Pakistan, la Nigeria, il Sudan, l’Indonesia, solo per fare alcuni esempi.
A maggior ragione qui, dove i due mondi si incontrano, le tensioni rimangono, latenti, nonostante l’impegno di tutti per mantenere un dialogo tra le parti. In questo contesto la normalizzazione della vita sociale ed economica è lenta. L’emigrazione dei giovani è in aumento e molte migliaia di persone sono sfollate all’estero, e non hanno fatto più rientro alle loro abitazioni. Basta guardarsi attorno per vedere quante case sono ancora abbandonate e da ricostruire. Per non parlare poi dei territori ancora minati, non sicuri. »
  « Inoltre in questa realtà sociale ed economica così complessa si inserisce e prospera il crimine organizzato con una diversificata gamma di affari che unisce criminali di guerra con uomini politici. Hai visto il boom edilizio a Sarajevo! Si investe denaro sporco che si moltiplica come per magia in denaro pulito » aggiunge Lucija.
  « E la gente normale deve vivere con stipendi di poche centinaia di euro al mese. Ecco che cosa vogliono i giovani oggi: divertimento e soldi guadagnati facilmente. A loro non importa del passato: importa del futuro » aggiunge Ivan.
  « Si vuole dimenticare il passato e pensare al futuro. Ma come dimenticare il passato?
E’ solo ricordando il passato che si può costruire il futuro. L’uomo futuro intendo, e i suoi valori » esclama Lucija, piegandosi un po’ in avanti e fissandomi con i suoi occhi espressivi, con le sue pupille nere dove scorgo luccicare, riflesse, le luci del bar.
Guardo entrambi, senza aggiungere altro. Qualcuno mi ha raccontato delle sofferenze patite dalle loro famiglie nel 1993: storie di case bruciate, di familiari massacrati. Ascolto i loro discorsi, ma non oso chiedere, so già che da loro non saprò niente di quegli anni. Niente di personale, intendo.
Si è fatta mezzanotte e come d’incanto la strada si fa deserta, i tavoli rimangono vuoti. Questi giovani non sanno ancora che i loro coetanei italiani cominciano a divertirsi quando loro vanno a dormire.
Ci avviamo a piedi verso il ponte vecchio e la parte est di Mostar dove alcuni locali sono ancora aperti data la presenza di turisti, sempre numerosi in questo periodo dell’anno.
Il silenzio della notte è lacerato dal rombo del motore di una vecchia auto sgangherata, resa aggressiva da una mano di vernice rossa e da un aerodinamico spoiler posteriore. Rivado col pensiero a un altro dopo guerra, in Italia, quando anche noi, allora ragazzi, ci esaltavamo a sentire il rumore delle nostre cinquecento con la marmitta sforacchiata e andavamo in giro con il cofano posteriore alzato come le Abarth.
E’ incredibile Mostar: si attraversa una via e si passa dall’occidente all’oriente. Un piccolo salto oltre una linea immaginaria e ti ritrovi in un altro mondo: viuzze antiche, moschee e altissimi minareti illuminati dalla luna, musiche arabe che saturano l’atmosfera di questa calda notte estiva.

Mi fermo sul ponte vecchio, ricostruito, ma antico simbolo dell’incontro di culture diverse. Mentre osservo le luci della città che si riflettono nelle acque della Neretva  penso che forse la mia linea immaginaria è proprio qui, sotto di me, in questa spaccatura rocciosa del terreno dove scorre tumultuoso il fiume, simile alla linea di frattura di una zolla tettonica, come la Rift Valley che separa e allontana i continenti tra loro. Lentamente, inesorabilmente.

 

Uscita nr. 29 del 20/01/2012