:: CULTURA    
  LA MOLE AL CIELO. IL GRADO ZERO DELLA STRUTTURA
Piera Melone
     
 

Nasce come una sfida agli ordini della statica, come un’inarrestabile scalata verso l’alto nella costante ricerca del vuoto, il simbolo della prima capitale del Bel Paese. Veglia su Torino la Mole Antonelliana e pare farlo, nelle sue forme ricercate eppure austere, con quella riservatezza che tanto si addice alla città sabauda, svettando silenziosamente tra i palazzi nel trambusto metropolitano, dalle quiete altezze dei suoi 167,5 metri. Quasi fosse divenuta solo per caso una delle più ardite sperimentazioni costruttive in Europa; quasi non fosse uno dei modelli più esemplari e strabilianti di intuizione e sperimentazione ottocentesca. Eppure è proprio con spirito profetico ed intuitivo, nutrito dalla genialità, talvolta utopica, dall’ostinazione e dalla grandiosità che da sempre hanno caratterizzato tanto lui quanto la sua opera, che l’architetto Alessandro Antonelli (Ghemme, 1798 – Torino, 1888) inizia a concepirne il progetto nel 1862; proprio da questo momento prende vita il determinato, formidabile itinerario verso l’azzurro, risoltosi, in un primo momento, solo nel 1889, ad un anno dalla morte del suo creatore, tra continue riprogettazioni, sospensioni dei lavori, ostacoli posti dalla committenza, richieste di fondi che sembrano non essere mai abbastanza per quella che Annibale Rigotti (curatore degli interni nel triennio 1905-1908) definisce «enorme massa di tendini che s’intrecciavano ricoperti di sottili tessuti e poggianti su venti esilissimi fulcri», le cui «screpolature, strapiombi o le deformazioni non destavano grande apprensione: si sapeva bene che non erano mortali, si sapeva bene che le altre generazioni, forse molte, avrebbero ancora alzato il naso in su per guardarla ammirate passandole accanto». Una lungimiranza e consapevolezza − quella dell’immortalità, dell’alto valore architettonico e simbolico della struttura, del significato pre-moderno del progetto in sé – che in pochi addetti ai lavori possiedono negli anni sessanta dell’Ottocento. Anche per questa ragione, oltre che per il carattere intransigente, ostinato, riluttante al compromesso, a tratti anarchico, del personaggio e del suo lavoro, non si trova opera antonelliana che non abbia dato origine a contenziosi, tanto con la committenza, che spesso vede modificati, fino alla trasfigurazione , i progetti iniziali, quanto con il rigido Collegio degli Edili, all’occorrenza raggirato con espedienti tecnici di ogni natura.

Già docente di architettura presso l’Accademia Albertina, dove pure ha ricevuto una prima formazione  precedente all’esperienza quinquennale di Roma (1826-1831), poi deputato al Parlamento Subalpino e consigliere comunale a Torino e provinciale a Novara, dagli anni ’40 fino alla morte, fa della sua attività indefessa nell’architettura religiosa, civile, urbanistica (piani regolatori di Ferrara, 1862, Novara, 1857, Torino, solo su carta, 1854) e pubblica, il luogo di uno sperimentalismo talvolta portato all’estremo, con una sincerità e una coerenza esclusivamente individuali che lo portano, negli anni, ad apparire sempre più istintivo, nebuloso, ermetico agli occhi delle committenze. Proprio dall’esigenza di realizzare edifici nei quali dare sfogo autonomamente alla propria arte, negli anni ’40 fonda la Società Costruttori e acquista i terreni di Borgo Vanchiglia, quartiere storico alla confluenza dei fiumi Po e Dora Riparia. Qui, nel centro di Torino, a pochi passi dal Po, tra Corso San Maurizio e via Giulia di Barolo si può ancora oggi ammirare una delle sue prime sfide alle forme classiche; Casa Scaccabarozzi (dal cognome della moglie, Francesca Scaccabarozzi, con la quale visse lì, per un anno, allo scopo di dimostrare alla collettività la solidità strutturale dell’edificio), o “Fetta di Polenta” per il colore giallo delle mura e la singolare planimetria, sorge su un terreno di forma trapezoidale allungata, estendendosi, con i suoi 24 metri d’altezza, per 16 metri su Via Giulia di Barolo, 4,35 metri su Corso San Maurizio e appena 54 centimetri dalla parte opposta a quella del corso. Tra le molteplici opere effettuate su commessa spicca la cupola di San Gaudenzio a Novara (1841-1878), oggi emblema della città ed incredibilmente prossima nell’esecuzione, nel metodo e nelle sorti, alle vicende della Mole; anche in questo caso seguono l’uno all’altro diversi progetti che si sovrappongono in una ricerca puntuale, con un’elaborazione stilistica complessa, mutevole, in continua evoluzione; più di una volta Antonelli desta preoccupazioni (e ostilità) nell’amministrazione comunale, disegna modifiche strutturali che accrescono le spese d’investimento, e infine aumenta gradatamente l’altezza della maestosa cupola, fino ad ottenere il risultato di 121 metri. Non deve essere semplice, per l’Antonelli di questi anni, già proiettato dal 1863 − durante i difficili lavori di Novara e innumerevoli altre committenze − nel grande sogno della Mole, perseverare senza indugi in quell’unico, grande disegno, che di tutta la sua opera diviene il filo conduttore: la spasmodica rincorsa al vuoto (nella tensione verso l’alto e nelle superfici, che il sistema antonelliano concepisce esclusivamente come chiusura o riparo, quasi cercando di giungere ad un momento essenziale, quel “grado zero” del monumento, che Roland Barthes intuisce nella Tour Eiffel) nella ricerca metodica della perfezione attraverso una sperimentazione che fa della grammatica classicista e delle scelte strutturali prettamente neomedievaliste il suo fondamento.

Quando l’Università Israelitica di Torino, forte dell’emancipazione civile concessa nel 1848 da Carlo Alberto alla comunità ebraica, affida ad Antonelli l’incarico di costruire una sinagoga tra le attuali vie Montebello, G.Ferrari, F.Riberi e G.Verdi (1862), l’Architetto si trova a lavorare su un isolato dell’ampiezza decisamente ridotta (37 metri per 37), ciononostante riesce in breve tempo a risolvere le problematiche poste dall’impresa, consegnando un progetto caratterizzato da un involucro parietale quasi esclusivamente composto da elementi portanti singoli (doppio perimetro di colonne corinzie e pilastri), masse murarie limitate a pochi elementi destinati agli interni e agli interrati e un’altezza complessiva di 47 metri, in linea con le esigenze di economia e funzionalità della committenza. A partire dalla cupola, che si configura come una gigantesca volta a padiglione, sceglie di configurare l’espressione pubblica dello spirito giudaico in un’idea che si allontana figurativamente dall’iconografia ricorrente, per poi proseguire lungo una strada tutta personale, che lo conduce, attraverso un’audacia strutturale nell’utilizzo di mattoni e pietra (in luogo dei nuovi materiali metallici in voga) a una flessibilità spaziale, ma anche temporale, caratteristiche del suo metodo. Deve aver messo a dura prova la pazienza dell’Assemblea dei Contribuenti Israeliti se, a nove anni dalla fase esecutiva, il Presidente del Consiglio di Amministrazione dichiara in una relazione: «Divorato dalla smania di accoppiare il suo nome ad un monumento di singolare maestria e di forma anche più singolare, faceva lentamente e quasi di soppiatto elevare un terzo ordine nei piani della costruzione col concetto di portarne la parte superiore ad una smisurata altezza e, perturbando per tal modo l’organismo di tutto il progetto dal lato dell’estetica e della costruzione, non solo ma assai più sostanzialmente, dal lato finanziario ed economico. Allarmata da questo fatto – di cui solo allora era possibile accorgersi, ma troppo tardi per poterlo pervenire – l’Amministrazione si presentò all’Antonelli per chiedergliene schiarimenti e ragione, ed egli, additando appeso alla parete del suo Studio il nuovo disegno da lui clandestinamente sostituito all’antico, ed assai inoltrato d’esecuzione, scusò con ragioni tecniche […]».

In effetti, dopo innumerevoli, sostanziali modifiche architettoniche, ivi compresa l’introduzione di un nuovo, gigantesco velario di copertura molto acuto che incrementa l’altezza del Tempio (già soprannominato “mole”) dai 47 ai 113,57 metri, il progetto iniziale si trova irreversibilmente sconvolto, e reso noto solo intorno al 1867, in seguito ad un ulteriore sovvenzionamento stanziato questa volta dall’Amministrazione comunale di Torino. La Mole già si configura come un edificio eccezionale e fortemente simbolico, ma di qui a poco, nel 1870, i lavori vengono sospesi, e nel 1873, l’Università Israelitica cede la struttura (con i costi di terminazione) al Comune in cambio di un nuovo spazio nel quartiere di San Salvario. In serio dubbio viene messa anche la solidità strutturale e con essa la stabilità dell’edificio; dopo innumerevoli indagini statiche compiute da diverse Commissioni e Sottocommissioni nominate dal Comune tra il ’70 e il ‘79, un progetto alternativo esterno (demandato dal Comune ai milanesi Luigi Tatti e Celeste Clericetti) che propone di demolire la grande volta sostituendola con un bulbo di ferro e la conseguente, strenua linea difensiva dell’ Antonelli che si rifiuta categoricamente di vedere violentata la sua opera, i lavori riprendono solo nel 1878.

 L’ anziano Architetto, aiutato dal figlio Costanzo, continua ad apporre modifiche, stende nuovi progetti, porta l’altezza della costruzione (nel frattempo dedicata a Re Vittorio Emanuele II e destinata a sede del Museo di Indipendenza Italiana) a 149 metri, a 153 metri e infine a 163,35 metri; alla stella dorata del finimento inizialmente proposta sostituisce una statua in rame sbalzato e dorato rappresentante, come descritto da lui stesso in una lettera al Sindaco datata 1888, «un Genio alato dell’ Augusta stirpe Savoia colla Stella d’Italia sul capo, la lancia nella mano destra, la palma nella mano sinistra, ai piedi le vittoriose corone colle aquile Romane […]». La statua viene innalzata sulla guglia il 10 aprile 1889, pochi mesi dopo la mote di Antonelli (18 ottobre 1888), novantenne; ai lavori di rifinitura interna ed esterna gli succede il figlio, poi sollevato dall’incarico due anni dopo. La Mole viene messa nuovamente alla prova nel 1904, quando un nubifragio rovescia la pesante statua (300 kg), che, rimasta miracolosamente in bilico sul terrazzino sottostante, viene sostituita l’anno seguente con una stella a cinque punte; nel 1953, un uragano abbatte circa 47 metri di cuspide e dà il via ad una nuova fase di restauro. La creazione di Antonelli, da allora coronata da una stella tridimensionale a dodici punte, è, dal 2000, sede del Museo Nazionale del Cinema; al piano terra è esposta la statua del Genio alato a testimonianza di un’interminabile, proprio perché umana e finita, impresa di scoperta, nell’ostinato superamento del limite, in quell’ irruente, scaltra tensione verso il cielo alla quale va il merito di aver regalato alla Mole Antonelliana, prima e dopo i nuovi grattacieli in costruzione di Massimiliano Fuksas e Renzo Piano, il primato incontrastato in altezza.

 

 

Uscita nr. 78 del 05/10/2018